Typha latifolia: la farina del Paleolitico

Il nome di questa comune pianta acquatica deriva dal Greco typhe, che significa pianta di palude, riferito chiaramente al suo habitat naturale. Latifolius deriva dal Latino e significa a foglie larghe.
Il rizoma è utilizzato a scopo alimentare per la sua ricchezza in amido. La farina che se ne ricava contiene 266 kcal per 100 gr. La base delle foglie, raccolte in primavera quando sono giovani e tenere, può essere mangiata sia cruda che cotta. Sono state trovate tracce di amido di thypa sopra delle macine in pietra risalenti a 30.000 anni a.C., quindi probabilmente la pianta era già ampiamente utilizzata come cibo fin dal Paleolitico Superiore.Il nome di questa comune pianta acquatica deriva dal Greco typhe, che significa pianta di palude, riferito chiaramente al suo habitat naturale. Latifolius deriva dal Latino e significa a foglie larghe.
Il  primo a descrivere e a classificare la specie fu Carl von Linné (Linneo), il padre della moderna classificazione biologica e scientifica degli organismi viventi, così come la conosciamo oggi.

Questa pianta veniva utilizzata dalla medicina popolare come rimedio naturale per trattare calcoli renali, emorragie, mestruazioni dolorose, la tenia, la diarrea, dolori addominali, l’amenorrea e la cistite. Le radici venivano utilizzate con il cataplasma per trattare ferite, tagli, foruncoli, piaghe, pustole, infiammazioni, ustioni e scottature.

Dall’ ”Herbario Novo” di Castore Durante (1585), ecco una ricetta medicamentosa che utilizza la thypa, assolutamente molto originale: “La lanugine di questo fiore, pesta insieme con frondi di bettonica, radici di gladiolo e d’hippoglosso, togliendo via ugual parte di tutte tanto che pesi una dramma, e incorporate poi con due torli di uova fresche cotte dure, e mangiata la mattina da digiuno per un mese continuo, guarisce le rotture intestinali ”.

Il rizoma è utilizzato a scopo alimentare per la sua ricchezza in amido. La farina che se ne ricava contiene 266 kcal per 100 gr. La base delle foglie, raccolte in primavera quando sono giovani e tenere,  può essere mangiata sia cruda che cotta. Sono state trovate tracce di amido di thypa sopra delle macine in pietra risalenti a 30.000 anni a.C., quindi probabilmente la pianta era già ampiamente utilizzata  come cibo fin dal Paleolitico Superiore.

Con le foglie si possono impagliare fiaschi, damigiane e confezionare stuoie. Un tempo si utilizzavano i frutti di questa pianta per imbottire i materassi e i cuscini. Il materiale più morbido era utilizzato dai Nativi americani per accendere il fuoco, per intrecciare i loro mocassini e anche per riempire pannolini, fare del borotalco vegetale e costruire dei marsupi (“papoose”) per trasportare i bebè. Infatti presso i Nativi americani la parola thypa significa proprio “frutto per fare i papoose”.

La Thypa può essere inzuppata in cera o grasso e poi accesa come una candela, usandone lo stelo come stoppino. Oppure può essere accesa senza l’uso di cera o grasso, e in questo caso brucia lentamente come incenso e serve a tenere lontani gli insetti.

Le spighe femminili vengono utilizzate per la composizione di mazzi di fiori secchi.

Viene utilizzata come fonte di amido per produrre etanolo al posto di altri cereali, con il vantaggio che la coltivazione della thypa richiede pochissima manutenzione. È inoltre usata negli impianti di fitodepurazione per la sua straordinaria resistenza ai fattori inquinanti,  mediante un sistema di filtraggio molto economico e dunque adatto anche ai paesi in via di sviluppo.

 

La foto è tratta dal sito ncwildflower

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