La cotogna: storia del frutto dimenticato
Simile ai peri ed ai meli, il cotogno è un piccolo albero tortuoso ormai dimenticato. In Italia solo 100 ettari di terreno sono destinati alla coltura di questa pianta


Unica specie del genere Cydonia, simile ai peri ed ai meli, il cotogno è un piccolo albero tortuoso che produce un grosso frutto profumato: la cotogna.
Il cotogno può entrare sicuramente di diritto nella categoria dei “frutti dimenticati”.
Coltivato fin dall’antichità, non ha avuto tuttavia una diffusione paragonabile ad altre specie da frutto. Ai giorni nostri è generalmente poco conosciuto, tanto che spesso viene confuso per una varietà di melo o pero mentre, in realtà, appartiene ad una specie distinta ed è classificato in un diverso genere.
Anche la coltivazione specializzata è molto ridotta, quasi  inesistente: in Italia la superficie interessata dal cotogno da frutto non arriva a 100 ettari, rispetto alle diverse decine di migliaia di melo e pero. Come il melo e il pero, anche il cotogno appartiene alla famiglia delle Rosaceae e sottofamiglia delle Pomoideae. Si distinguono due tipologie di cotogno in base alla forma del frutto: maliformi e piriformi, di cui la prima è più apprezzata.
I Greci lo conoscevano almeno dal VII sec. a.C. L’origine botanica di questo piccolo albero è l’Asia Minore, in cui si trovava una città dal nome di Cotonium. Presso gli antichi le cotogne furono forse apprezzate dapprima per il profumo: le mele nelle Esperidi della mitologia greca non erano rappresentate come delle arance, ma come cotogne (gli agrumi vennero introdotti più tardi nel bacino mediterraneo); i frutti che Eracle riceve dalle mani di Atlante nelle metope del tempio di Zeus ad Olimpia (450 a.C.) sono chiaramente delle cotogne.
A Sparta, secondo Pamfito citato da Ateneo nei suoi “Deipnosophistes”, si offrivano agli dei certi pomi che “hanno un profumo soave ma che non sono molto buoni da mangiare”. Questi frutti passavano tra il popolo anche come pegno d’amore e infatti, dice Plutarco, un decreto di Solone obbligava le giovani spose a mangiare una mela cotogna prima di salire per la prima volta sul letto nuziale.
La cotogna non è un frutto che si morde volentieri: aspra, molto astringente anche a perfetta maturità, essa ha bisogno di zucchero e cottura per poter piacere al palato.
Ma questi suoi difetti le hanno procurato la reputazione di medicinale: Ippocrate consigliava le cotogne in caso di “sgomberi intestinali”. I medici del Medioevo e del Rinascimento la prescrivevano sia per uso interno, sottoforma di succo fresco, che per uso esterno come cataplasmi di polpa cruda.
La polpa masticata era inoltre riconosciuta anche come potente antiveleno.
Un po’ disdegnate ai nostri giorni e spesso rare sui mercati, le cotogne hanno invece da sempre riscosso un gran successo per le ottime confetture e gelatine di frutta che se ne ricava.
La polpa è ricca naturalmente di pectina, una sostanza utilizzata come addensante in marmellate e gelatine. Interessanti le ricette fornite da Olivier de Serres,  autore di Le théâtre d’agriculture et mesnage des champs (1600), il quale consiglia di candire le cotogne con succo di uva fresco per ottenere le cotogne candite; egli dà poi varie ricette per la cotognata e per il ratafià (liquore dolce a base di succo di cotogne).
Sempre Olivier de Serres ci insegna che le mele cotogne, “che non si conservano mai oltre il Natale, si possono mantenere quanto si vuole nella feccia di vino che rimane in fondo alle botti”.
I Romani, i quali apprezzavano molto questi frutti, conoscevano invece altri modi di conservarli: Columella (De re rustica) nel I sec. d.C. parla di “melomeli”: “a metà luna calante, con cielo sereno, ben pulite dalla loro lanugine, le cotogne vengono disposte in un vaso di terracotta a collo largo e coperte di miele molto liquido; si conservano a lungo e il miele, profumato dal loro contatto, diventa un medicamento contro la febbre”.
Ai giorni nostri, dopo la raccolta, le cotogne vengono conservate nella paglia per 2/3 settimane ma il loro profumo è così forte che spesso può risultare nauseabondo, come scrive anche Antonio Targioni Tozzetti nel suo Corso di Botanica medico-farmaceutica (1847): “ l’odore che mandano questi frutti è assai grande; tenuti in una camera possono produrre delle cefalee e delle vertigini per questi loro effluvi”.

Giulia Bartalozzi

 

 

 

 

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