Fiori Lillà, una casa per le fate
Un tempo si riteneva che la pianta di Lillà fosse l’ambiente ideale per le fate e una volta piantata vicino alle abitazioni poteva tenere lontani gli spiriti

Dove sono andati gli splendidi fiori lillà di un tempo?  Nei giardini di oggi la vista dei lillà è divenuta piuttosto rara e sembrano passati decisamente i tempi di cui parla Proust in Jean Santeuil, quando non c’era quasi casa, anche modesta, che non avesse nel proprio giardino un cespuglio di lillà.

Forse il fatto che il color lilla o viola sia il colore del lutto ha fatto sì che il fiore sia stato considerato in diverse occasioni il fiore della malinconia o della morte. In Persia, ad esempio, significa “abbandono” e un ramoscello di lillà era dato agli amanti quando venivano lasciati; in America e in Inghilterra si dice che le ragazze che indossano il lillà, eccetto che a Calendimaggio, non troveranno mai marito ed inviare un mazzo di lillà al fidanzato o alla fidanzata equivale a rompere il fidanzamento. Tuttavia,  nel linguaggio dei fiori il lillà ha un significato che sta ad indicare la giovinezza e la freschezza dei sentimenti.

Le origini della serenella (altro nome comune per lillà) non sono semplici. Sarebbe stata introdotta in Europa dalla vicina Turchia. Le prime descrizioni risalgono al XVI secolo e si susseguono rapidamente, dimostrando il successo e la veloce diffusione della pianta. In Turchia però sarebbe arrivata, come bottino di guerra, dalla Grecia dove già era coltivata. Il naturalista Rocher,  nel 1828 ne individuò l’areale d’origine in Romania e più in generale nei Balcani. Antonio Targioni Tozzetti, nel suo Corso di botanica medico-farmaceutica (1847) la definisce invece come “frutice nativo della Persia ma coltivato in tutti i giardini”.

Comunque sia, la serenella riuscì ad acclimatarsi perfettamente in molte zone dell’Europa ed anche nel nostro paese trovò larga diffusione. La Syringa vulgaris raggiunse l’apice della moda tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900.

Dalle Syringae si è estratto per un certo tempo, e tutt’ora si estrae seppure in misura minore,  il costosissimo olio di lillà, che si ricava dalla macerazione nel grasso e nell’olio delle specie più profumate. Il legno non è mai servito a gran che, se non per fabbricare pipe. Nella corteccia è contenuto un principio amaro caratteristico, la siringina, che è stato prescritto spesso dalla medicina popolare, in decotti ed estrazioni, contro le febbri intermittenti. Le foglie, amare anch’esse, sono ritenute toniche ed astringenti e con i fiori, macerati 15 giorni nell’olio, si prepara un unguento contro il reumatismo articolare, usato soprattutto nell’Europa orientale. All’infuso delle foglie venivano attribuite proprietà decongestionanti per il fegato e la digestione. Con i fiori si preparavano profumi e si ricavava anche l’olio da massaggio. Oggi si trovano in commercio i gemmoderivati  (Syringa vulgaris macerato glicerico), utilizzati come tonico del cuore e della circolazione.

Era antica credenza che le fate amassero stare tra i fiori di Lillà e che esso, piantato in un luogo, lo purificasse dal male. I fiori freschi potevano servire ad allontanare gli spiriti da luoghi infestati. L’olio era impiegato nei rituali di equilibrio mentale, per i poteri psichici e la purificazione.
La Syringa più profumata si dice sia la sweginzowii, seguita a poca distanza dalla vulgaris, dalla oblata e dalla pubescens. Ma occorre far molta attenzione in fatto di profumo perché buona parte degli ibridi moderni, spettacolari per grandezza di fiore, colore, resistenza alle malattie, non hanno quasi più profumo.

Giulia Bartalozzi

 

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